La favola di Trump

di Augusto Ferraiuolo

A molti il nome Emily W. Murphy dice poco. Lei è l’amministratore del GSA (General Services Administration) della Casa Bianca, nominata da Trump. Il compito di Murphy è quello di “rendere disponibili risorse e servizi connesse alla transizione presidenziale”. Murphy per settimane ha rifiutato di iniziare questo processo, in piena concordanza con il mancato riconoscimento della vittoria di Biden, da parte di Trump. Quasi in contemporanea con la certificazione dei risultati in Michigan, che Trump aveva tentato di bloccare con una operazione a livello di colpo di stato, Murphy manda la lettera che sancisce il formale inizio della transizione. Bene, si dirà. Ed è ovviamente vero, è proprio il caso di mettere alle spalle i deliri del perdente incapace di accettare la sconfitta (ennesimo esempio di una post-verità che ha imperversato e imperversa ancora nel mondo politico americano, purtroppo, non solo). Ma purtroppo non è così semplice. La lettera, ripeto: atto formale e non di cortesia, dice molto altro. E sono cose pericolose.

  1. In primo luogo, va sottolineata una excusatio non petita: Murphy tiene ad informare chi appare essere il presidente eletto (“the apparent president-elect”) che ha preso la decisione di tergiversare fino ad ora indipendentemente da pressioni dirette o indirette dell’Executive Branch, “inclusi quelli che lavorano alla Casa Bianca o al GSA”. In questo modo, viene costruita narrativamente la “parte buona”.
  2. Più avanti dirà (altra excusatio non petita): “contrariamente a quello riportato e insinuato dai media, la mia decisione (sempre il tergiversare, n.d.r.) non è stata presa per paura o favoritismo”. Qui è evidente l’uso di un altro topos caro a Trump: la costruzione delle fake news da parte della stampa di “sinistra”, a cui sembra essersi aggiunta anche Fox News, rea di aver preso atto della vittoria di Biden.
  3. Murphy però comunica di aver ricevuto “minacce online, per telefono e per posta contro la propria sicurezza, della sua famiglia, del suo staff e anche dei suoi animali, al fine di costringerla nel prendere la decisione prematuramente” (sono passati 16 giorni, sic!). A tale proposito è importante notare il tweet fatto da Trump, dove si esprime sostegno a Murphy, oggetto di minacce, abusi e molestie. Per scongiurare danni a Murphy, alla sua famiglia o agli impiegati del GSA, Trump raccomanda di iniziare i protocolli. Il tentativo di spostare sulla parte avversa i toni esasperati è quasi infantile (ed è perfettamente in linea con le modalità di comunicazione tipiche di Trump), ma narrativamente è efficace.
  4. Dopo aver riconosciuto “i recenti sviluppi riguardo dispute legali e certificazioni dei risultati elettorali” finalmente Murphy determina la possibilità di accesso ai servizi e alle risorse post-elezioni. Trump aveva puntato molto sulla posizione dei rappresentanti repubblicani nel comitato elettorale nel Michigan, al fine di impedire la certificazione dei risultati, al punto da invitarli alla Casa Bianca venerdì scorso. Poche ore dopo che si è diffusa la notizia della certificazione dei risultati in Michigan, con la vittoria di Biden (di fatto, per un solo voto), ecco la lettera, oramai non più rinviabile.
  5. Non manca di sottolineare come l’amministratore del GSA “non sceglie e non certifica il vincitore delle elezioni presidenziale”, concludendo che “l’effettivo vincitore delle elezioni presidenziali sarà determinato dal processo elettorale dettagliato dalla Costituzione”. La frase, dietro una apparente neutralità, di fatto sancisce la vicinanza alle posizioni di Trump, che ancora si aggrappa ad improbabili rovesciamenti di natura legale o burocratica. Ma il messaggio è forte e chiaro: non c’è un presidente eletto, fino a che l’iter non sarà concluso. Ricordo che questo processo si conclude invece di fatto, per storia e tradizione, con il riconoscimento della vittoria da parte del contendente sconfitto.

La lettera, dunque, oltrepassa il confine della formalità. E lo fa dichiarando nella sostanza e nei contenuti la totale adesione alla posizione di Trump. Il pericolo non risiede nella constatazione che Murphy sia assolutamente omologata al potere ancora in essere. In fondo, lei è stata nominata proprio da Trump nel 2017. Risiede invece nel messaggio politico, con impressionanti affinità al linguaggio fiabesco.  Uso Vladimir Propp e la sua morfologia della fiaba con le relative funzioni (riportate in corsivo) per tentare di spiegarmi. Il racconto di Murphy prevede quello che Propp chiamerebbe Eroe, contro cui direttamente o indirettamente si tentano delle azioni di Danneggiamento (l’Antagonista cerca di arrecare danno all’Eroe o ad un suo familiare o amico, nel qual caso Murphy che riceve le minacce, ma anche il malvagio disegno perpetrato dai cattivi media). Purtroppo, l’intervento del Donatore (i lawmakers repubblicani del Michigan) fallisce: l’oggetto magico, richiesto dall’Eroe, non viene fornito (e le elezioni in Michigan vengono certificate). La Vittoria appare al momento appannaggio dell’Antagonista, dopo questa prima Lotta. L’Eroe è oggetto di Persecuzione e destinato alla Rimozione.

Nelle fiabe di magia, come scrive Propp, a questo punto l’Eroe arriva in incognito e affronta in una seconda Prova l’Antagonista, grazie al cui Superamento viene dichiarato vincitore, con il conseguente Smascheramento dell’Antagonista. Ovviamente il “lieto” fine della fiaba prevede la Punizione dell’Antagonista, la Trasfigurazione dell’Eroe, finalmente riconosciuto come tale, e la sua Incoronazione.

Certamente è quello che si augura Trump. E Murphy, da buon storyteller assolutamente omologato, costruisce la sua narrativa proprio in quella direzione. Il rischio di questa narrazione è che possa influenzare il già radicalizzato scenario politico americano. Ai Proud Boys,ai far-right Boogalooers, ai QAnon, alle autonominate Militia, basta davvero poco per avere una ulteriore narrativa a giustificare il possibile passo successivo. E non sarà fiabesco.